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Il pensiero di Teatro e Critica Lab. su "Cock"

Cock o dell’impossibilità di uscire dagli schemi

Visto il 03/03/2016 | Teatro dell’Orologio, Roma

Questo articolo è da considerarsi come esercitazione su materiali di lavoro. Frutto del laboratorio di critica teatrale Tempo Critico 1, condotto da Teatro e Critica nella stagione 2015/2016 del Teatro Orologio di Roma

Cock, lo spettacolo andato in scena al Teatro dell’Orologio e ora in tournée, è tratto dal testo omonimo pluripremiato in patria dell’inglese Mike Bartlett. L’autore racconta il dramma di una coppia omosessuale in cui uno dei due uomini si innamora di una donna trovandosi così nella condizione di compiere un’inevitabile scelta. Il protagonista del triangolo amoroso si chiama John ed è l’unico tra i personaggi ad avere un nome; il suo compagno è solo M(an?) e la donna, semplicemente W(oman?).
La decisione non si rivela affatto semplice: i tre si danno appuntamento a casa del compagno di John, spalleggiato per l’occasione dal padre che “tifa” naturalmente per il riavvicinamento della coppia collaudata da anni. E il termine tifo è quanto mai adatto, perché assistiamo a un vero e proprio incontro di boxe verbale, senza esclusioni di colpi e battute crude o crudeli: il palcoscenico, spoglio da elementi scenografici, è un ring dove i personaggi compiono percorsi geometricamente rigidi e in cui i cambi di scena vengono scanditi a colpi di gong.
Match dopo match, i caratteri si definiscono e le identità emergono, tranne quella di John, eterno adolescente che non riesce a decidere. Dopotutto, sono gli altri ad aver sempre scelto per lui, dai vestiti al suo ruolo nella società. Persino l’outing al college sembra essere il frutto di una ricerca d’identità all’interno di un gruppo, piuttosto che di una matura consapevolezza. Forse per questo motivo è nata l’attrazione per la donna: non tanto per la ricerca di una vita più semplice o comoda, ma perché lei dichiara di accettarlo così come lui è.
Eppure, John continua a essere restio a qualsiasi tentativo di definizione e imbrigliamento, come vorrebbe invece il padre del suo compagno. L’uomo, infatti, si insinua nella discussione convinto che i due uomini abbiano compiuto una precisa e immutabile scelta di identità sessuale dalla quale non è possibile evadere. Il regista Silvio Peroni, però, sembra suggerirci il contrario. È il riconoscimento di questa mutevolezza che tormenta John: troppo difficile ammettere di amare o aver amato, in modo diverso ma ugualmente intenso, un uomo e una donna. Visivamente quella stessa schematicità dei ruoli etero e omosessuale che ritroviamo nella società viene efficacemente disegnata dai movimenti che i personaggi compiono nel perimetro del palcoscenico-ring: ciascuno chiuso in corridoi e stanze dai muri invisibili, senza la possibilità di un vero incontro. Una buona prova per tutti gli attori, da Sara Putignano, nelle vesti della determinata insegnante d’asilo che porta scompiglio nella coppia, a Jacopo Venturiero il broker che perde tutte le sue sicurezze quando viene abbandonato dal compagno, a Enrico di Troia, il padre che mette al primo posto la stabilità sentimentale del figlio. In particolare, è difficile non provare empatia per John, il personaggio emotivamente più debole, interpretato, senza cadere mai nel patetico, dal sempre più bravo Fabrizio Falco.
Tuttavia John, alla fine, resta immobile. La donna, delusa, lascia l’appartamento; il padre, sollevato, va a dormire nella camera degli ospiti e tutto torna alla normalità. L’uno ordina, l’altro esegue. Dopo lo scontro verbale e i duri rimproveri mossi dal compagno, ci si aspetterebbe almeno una reazione da parte di John per il nuovo inizio di una relazione più matura e paritaria, ma la pièce termina lasciando poche speranze allo spettatore.

Raffaella Bianchi


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