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Pierre Rigal. Impossibile danzare

Visto il 16/10/2016 | Teatro Vascello (Romaeuropa Festival), Roma

Questo articolo è da considerarsi come esito del progetto Filrouge, workshop di Teatro e Critica realizzato in occasione di Romaeuropa Festival, dedicato allo storytelling e alla critica teatrale.

Serve il teatro se ci si limita a mostrare invece di agire? Non si rischia di diventare, così facendo, la didascalia dell’azione, la spiegazione di quello che si stava cercando di raggiungere?
Descrivendo il suo spettacolo Mobile, andato in scena a Romaeuropa Festival dal 12 al 16 ottobre, Pierre Rigal racconta di voler rappresentare le difficoltà di un uomo nelle attività quotidiane.
Durante l’incipit Rigal è in piedi, al centro del grande palco del teatro Vascello, con una corda che, legata in vita, arriva fino alla graticcia. Legate come lui, ma in alto, sollevate da terra, ci sono tante sagome di cartone. Alcune raffigurano animali, altre oggetti quotidiani, c’è anche un’automobile. Cosa succederà a quelle figure, come e dove si muoveranno e, soprattutto, come agirà l’uomo al centro della scena, legato a un filo? In che modo si mescolerà a loro in aria? Che movimenti inventerà legato a una corda?

Sono domande che non otterranno risposta. Rigal passa la maggior parte del tempo a camminare avanti, indietro e di lato, costretto a fermarsi ogni volta dopo pochi passi perché il filo al quale è legato non lo fa proseguire. Le semplici azioni di sedersi, alzarsi, voltarsi e camminare diventano impossibili. Rigal mostra l’impossibilità di compiere gesti quotidiani, come ha dichiarato nell’intervista, ma si limita a descrivere quello che accadrebbe a qualsiasi uomo legato a una corda. Come farà l’artista a far diventare il limite una ricchezza? Che sia legato a un filo e che questo renda difficili i movimenti è chiaro: chi guarda cerca la creazione che ne scaturisce, non la descrizione di quello che vede.
Invece nei momenti in cui la creazione inizia a trovare un proprio spazio in movimenti che assomigliano di più a una danza, Rigal torna indietro, riportando tutto a un momento iniziale di neutralità, di immobilità. Come se volesse tornare a quella posizione iniziale, seduto. Quello che vorrebbe essere un elemento del linguaggio, un modo per descrivere una sensazione, in realtà diventa un limite dello spettacolo in sé, che non decolla mai e torna continuamente indietro ad avvolgersi su se stesso. Il limite dell’uomo, bloccato nelle semplici azioni quotidiane, diventa quello del performer, che non riesce a far proseguire la sua danza e le sue acrobazie.
Quando Rigal si dimentica di descrivere e si limita ad agire, per quei brevissimi minuti, si assiste a una creazione artistica. Per il resto del tempo sembra che perpetui all’infinito il principio che rifugge qualunque drammaturgo e che gli inglesi sintetizzano nella frase “show, don’t tell”. C’è bisogno di azione, non della descrizione dell’azione. Si vede un uomo appeso a un filo, su un palco. Vorremmo che quest’uomo partisse da qui, invece di indicare continuamente la corda che lo tiene legato, sottolineando la sua condizione di semi immobilità.

Valeria Belardelli


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