Anna Paola Bosi
Il pensiero di Anna Paola Bosi su "Cous Cous Klan"

L’apocalisse di sentimenti di Carrozzeria Orfeo

Visto il 03/03/2018 | Teatro Excelsior, Reggello (FI)

Sabato 3 marzo, ore 19:30, guido una vecchia Punto nella nebbia della Sette Ponti. Ma che diamine sto facendo? Vado a vedere Cous Cous Klan al Teatro Excelsior di Reggello con gli Spettatori Erranti. Sono felice. Ma non so perché. Ho letto pochissimo di questo spettacolo: mi fido a naso, a pancia, a pelle. Sto tornando da un intenso laboratorio sul Teatro-Educazione e vado a vedere uno spettacolo comico apocalittico. Dovrebbe per lo meno farmi fatica, invece guido nella nebbia, sbaglio strada, mi perdo. Alcune amiche non sono potute venire e dovrei sentirmi almeno un po’ sola. No.

Dei ragazzini mi indicano il circolino dove con gli Spettatori Erranti discuteremo dello spettacolo prima di vederlo. Che bella idea: prima non dopo. Mi piace. Andrea ha organizzato delle attività per farci focalizzare su alcuni temi della pièce e, nonostante qualche iniziale falso contatto, la discussione si anima. Le osservazioni su violenza e sopraffazione, la prostituzione minorile e il dramma dell’abbandono campeggeranno durante lo spettacolo come angeli custodi della visione.

Arriva il momento. Ultime due a entrare, ci sediamo erranti in quarta fila con il teatro già pieno. Uno, due e tre: si comincia. Entriamo in sintonia con i personaggi un po’ alla volta, con i loro tic (sintomi, direbbero al laboratorio), con i loro modi di dire stereotipati copiati e incollati dalla retorica dei social network. Ci informano su temi attuali senza darlo a vedere, senza preavviso, attraverso lazzi e sberleffi, pernacchie e bestemmie, sovvertendo e smascherando quella manipolazione mentale che subiamo ogni giorno, ma rendendola ridicola e inerme.

Al laboratorio poche ore prima sentivo dire “trasformiamo il veleno in medicina” e lì penso: trasformiamo la “merda” dei social in “cura” per quelle anime che si prendono la briga di passare un sabato a teatro e non a mangiare una pizza standard senza pensiero.  I temi sono proprio tanti, come tanti sono gli attacchi mediatici che ogni giorno un cittadino medio subisce da parte di tutte le forme di comunicazione che proliferano come colonie batteriche nei luoghi umidi. Perché dico cittadino? Perché qui siamo di fronte a un esempio di teatro per la cittadinanza ma anche di teatro del disagio, quello che mette a disagio facendo leva sul disagio, che ti costringe a guardarlo negli occhi, a entrarci dentro, a diventare tu stesso un sintomo.

Poi dice Andrea che, come regista, ha notato una recitazione un po’ tradizionale (credo abbia detto così), che forse stride con la modernità del progetto. Ecco, io me la sono spiegata così: i personaggi di questo spettacolo sono moderne maschere e incarnano quegli stereotipi più duri in quanto più densi di giudizio, sono tipi, sono gli antieroi del nostro tempo, determinati a vivere quel ruolo fino in fondo, con costanza, con coerenza, perfino con arroganza. Insomma, personaggi da Commedia dell’Arte dell’oggi ci narrano una storia apocalittica facendola emergere da un multistrato di battute ciniche e perverse che, se sei nello spirito giusto, ti fanno davvero ridere nella loro strana prevedibilità e nel sarcasmo della disperazione. I tipi sono moderni Arlecchini: la donna in crisi di mezza età, il musulmano, il ragazzo con handicap, l’esperto di marketing, il marito-traditore-buttato-fuori-di-casa, il solitario. Sebbene nella storia si intraveda qua e là un legame di solidarietà mescolata a mal sopportazione reciproca fra fratelli e amici, forse l’unica a sfuggire a questa tipizzazione spinta è il personaggio di una giovane donna che cade quasi per caso in quella realtà e la stravolge portando purezza, fanciullezza, pazzia e determinazione appassionata nel tentare di vendicarsi di una violenza subita. È la figlia desiderata mai avuta, è la bambina violata che è dentro molte di noi, è un amore adolescenziale ricordato con rammarico, è l’amica ribelle e disperata che tutti dovremmo avere, è la ribelle che ci dimentichiamo di essere. Porta speranza, emozione e poesia in un’apocalisse di sentimenti e ideali quale è il mondo di cui facciamo parte.


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