Teatro e Critica Lab.
Il pensiero di Teatro e Critica Lab. su "Cannibali"

Il potere e lo stereotipo

Visto il 27/01/2017 | Teatro dell’Orologio, Roma

Questo articolo è da considerarsi come esercitazione su materiali di lavoro. Frutto del laboratorio di critica teatrale Tempo Critico terzo corso, condotto da Teatro e Critica nella stagione 2016/2017 del Teatro Orologio di Roma.

Sulla scena una maschera da transformer e una spada laser, due tute piegate, una consolle da dj, un telo sul quale scorrono le immagini – declinate in stile anime giapponese – della sempiterna lotta di Davide contro Golia e due malconce poltrone con le rotelle.

Accompagnati da un antiquato video divulgativo sulla Sila, entrano in scena un arbitro in camicia bianca e farfallino e due figure, avvolte nelle tradizionali vestaglie da pugili: un uomo giovane e uno attempato. Nei 50 minuti che seguono, si fronteggeranno in molteplici quadri, scanditi come round di boxe e punteggiati da immaginari slogan pubblicitari dal sapore anni ’80; epitomi, nelle intenzioni della drammaturga, Fiammetta Carena, delle diverse pratiche del potere.

Cannibali segue l’arco di una vita, dall’infanzia negletta alla morte, negata. Maurizio Sguotti, qui regista e interprete, rappresenta ogni quadro con coreografie e interpretazioni rabbiose, fortemente incentrate sulla fisicità dei due attori, sue e di Tommaso Bianco. Momenti apparentemente scevri da conflittualità, un’interrogazione su L’infinito di Leopardi o una visita dal dentista, per citarne un paio, vengono dunque declinati come confronti fisici e verbali nei quali, a turno, uno tenta di sopraffare l’altro, di affermare la sua supremazia.

Kronoteatro realizza una messa in scena spesso pesantemente didascalica e ridondante, che pare finalizzata ad assicurarsi che la riflessione sull’”illusorietà del potere” e sulla sua natura proteiforme arrivi forte e chiara a un pubblico; sulle cui capacità semiotiche si nutrono, evidentemente, dei forti dubbi.

Curiosamente questa pièce, pur così pedagogica, non riesce, o forse non si cura, di chiarire se la scelta di fare ricorso a una serie di topoi talmente stereotipati da risultare banali sia da attribuirsi alla volontà di portare alle estreme conseguenze immagini familiari e radicate nell’immaginario collettivo, così da aumentarne la potenza espressiva o, piuttosto, alla difficoltà di affrontare efficacemente un tema così antico e già ampiamente indagato. Allo spettatore resta il dubbio.

Chiara Garri


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