Teatro e Critica Lab.
Il pensiero di Teatro e Critica Lab. su "Acqua di colonia"

Eau de Italien

Visto il 28/01/2017 | Teatro Quarticciolo (Romaeuropa Festival), Roma

Questo articolo è da considerarsi come esercitazione su materiali di lavoro. Frutto del laboratorio di critica teatrale, Per uno spettatore critico, condotto da Teatro e Critica nella stagione 2016/2017 del Teatro Biblioteca Quarticciolo di Roma.

Il titolo, a volte, è uno degli elementi preponderanti di uno spettacolo. Serve ad attirare il pubblico, a lanciare messaggi. Si potrebbe dire che il titolo sia il nome proprio di ogni singolo spettacolo e ne influenzi l’evoluzione. Partire quindi dal titolo per descrivere una performance teatrale così ricca, come è stata Acqua di colonia di Elvira Frosini e Daniele Timpano, non parrà un errore.

Tralasciando le notizie storiche su questa soluzione a base di oli essenziali, l’acqua di colonia si può definire un prodotto a basso contenuto d’essenza di profumo, ben distinto per questo motivo dal tradizionale eau de parfum. Utilizzando l’acqua di colonia, allora, ci sarà solo un lieve e vago sentore del profumo originale. Allo stesso modo, quello che gli autori restituiscono al pubblico non è una conoscenza piena, storica, assoluta del periodo coloniale italiano, ma un sentore, a volte aspro, a volte sdolcinato, sempre ricco, però, di quelle contraddizioni di cui il fascismo è stato pienamente intriso. In scena Timpano e Frosini danno vita a innumerevoli sequenze in cui il tema del razzismo italiano scorre dagli anni Trenta a oggi e di nuovo da oggi agli anni Trenta, così rapidamente che a un certo punto lo spettatore giunge alla sovrapposizione: il sole dell’Etiopia non è più così diverso da quello delle spiagge di Ostia, se a parlare sono gli italiani.

Il pubblico intanto non subisce le frasi sconvenienti, le barzellette politicamente scorrette e le molte canzoni fasciste in religioso silenzio ma ride, freme, si arrabbia, canta. Continuamente gli attori cercano di infastidire o di farsi voler bene per poi tradire di colpo il pubblico che avevano appena rassicurato. Niente è lasciato al caso,  tutto è studiato, compreso il coinvolgimento degli spettatori, che sono parte attiva di questa rappresentazione, privati del buio in sala che solitamente concede loro l’anonimato. In rappresentanza del pubblico – o forse sua proiezione – sta sul palco una donna d’origine africana, seduta in silenzio, la quale osserva a tratti gli attori e a tratti la platea. Un gioco che non nasconde una punta di sadismo e che ha il sapore di una medicina amara.

Pregio dello spettacolo è il talento affabulatorio dei due attori, che con vari ma scelti strumenti (un paio di occhiali da sole, un elmetto, una maschera anti-gas) affrescano l’intera scena, in realtà vuota, trasportandoci in un viaggio evocativo che non ha limiti di spazio o tempo e che non teme di approfondire i concetti e i simboli esposti: come quando, per esempio, attacca le organizzazioni umanitarie che fanno volontariato in Africa.

Tornando a ragionare sul titolo Acqua di colonia alla fine dello spettacolo appare chiaro che l’intento degli autori, affidato al nome dell’intera performance, è stato pienamente realizzato. La reale sensazione non è quella di aver trovato delle risposte al problema del razzismo, ma quella di aver visto “spruzzare” su ogni singolo spettatore una goccia lievemente aromatizzata – ma indelebile, fastidiosa e corrosiva – di quel periodo storico assai vicino al presente. Momento storico forse da guardare con occhi nuovi, non tanto per le miopi mire espansionistiche dell’Italia, quanto per il modo superficiale e semplicistico attraverso cui un italiano è solito osservare se stesso giudicandosi, nonostante tutto, una “brava persona”, un eroe positivo, che non ha nulla o poco da rimproverare al proprio modo di comportarsi di oggi. Se un buono spettacolo teatrale ha il merito di far riflettere su grandi temi universali, Acqua di colonia possiede il maggior valore d’essersi direttamente rivolto agli italiani per metterne in crisi le certezze.

L’universalità ha infatti il difetto di disperdere il vigore di un testo, per quanto interessante possa essere. In questo lavoro, invece, il riferimento diretto agli italiani e alle caratteristiche storicamente intrinseche di questo popolo non rischia, dietro l’universalità, di creare sterili e retoriche generalizzazioni.

Alessandro Maria Egitto


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