Maria Vittoria Braschi
Il pensiero di Maria Vittoria Braschi su "Cani Morti"

C’è qualcosa che abbia valore?

Visto il 18/12/2018 | Teatro Magnolfi, Prato

Articolo redatto nel contesto del progetto Un Gioco da Ragazzi / Teatro Metastasio

È mentre porta a spasso il suo cane, o mentre suona la chitarra, che il protagonista di “Cani morti” viene ricordato da tutti i conoscenti. Uno spettacolo che si articola in un paesaggio deprimente, un palco con un tavolo e tre sedie, un riflettore che è la finestra sul mondo. Non sappiamo cosa ci sia al di là di questo confine casalingo. Ci immaginiamo i fiordi norvegesi, un vialetto di casa, il palazzo del vicino. È il cane la figura che per il protagonista ha più valore, compagno di vita, diventato quasi una sua caratteristica. Poi il cane sparisce; la luce del giorno viene oscurata dal rompersi dell’equilibrio che aveva segnato l’esistenza del protagonista. Si sviluppa sul palcoscenico una rappresentazione caratterizzata da battute apatiche, ripetitive, asciutte. Fanno il loro ingresso altri personaggi, ma ciò non cambia niente. Senza il cane il protagonista è abbandonato a se stesso, è solo, non accetta che possa essere scappato e di conseguenza non va neppure a cercarlo. Poi scopre che il cane è morto. Il vicino di casa gli ha sparato. Ma perché il titolo dello spettacolo parla di ‘cani’ al plurale? Chi sono gli altri cani morti? Il protagonista, privato dell’unico compagno, nelle grigie giornate norvegesi, per le sue passeggiate lungo i fiordi, è un cane morto? Il cane nella notte viene seppellito in giardino davanti al vialetto di casa.

Poi il vicino di casa viene ucciso. La vita del protagonista è distrutta. Il suo cane, unica cosa che davvero aveva valore per lui, per i momenti passati insieme e per la necessità che l’uno aveva dell’altro, ucciso da un uomo, adesso morto pure lui. Il cane acquista così lo stesso valore di una persona umana.  Questo era per il protagonista, la compagnia nella sua solitudine, ciò che colmava il vuoto causato dalla mancanza di un amico. Il valore smisurato, esagerato, attribuito all’amico a quattro zampe diventa la causa dell’angoscia dei personaggi in una scena travolta da un crescendo di ‘suspense’. C’è qualcosa che abbia valore? Siamo noi che tiriamo le redini, siamo noi a scegliere il valore da attribuire a chi o a cosa ci circonda. Niente ha valore e tutto ha valore: dipende dal punto di vista?


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